LA RIVOLUZIONE GENOVESE DEL
1746

Alla fine dell’estate 1746
Genova è costretta a cedere di fronte alla pressione degli eserciti
austrosardi. La vecchia repubblica oligarchica si era decisa a
entrare in guerra a fianco delle potenze borboniche (Spagna e
Francia) - si tratta della guerra di successione austriaca - per
contrastare in qualche modo le mire espansionistiche di Carlo
Emanuele III di Savoia su Savona e Finale. Ma le sue energie erano
scarse, e più scarse ancora erano quelle del ristretto gruppo
oligarchico al potere, per di pm diviso in un’ala interventista e
un’ala neutralista e filo-austriaca.
Le pesanti riparazioni
imposte dagli austriaci spezzano il delicato equilibrio economico
della repubblica, provocando
inflazione e disoccupazione. Per alcune settimane un sordo
malcontento serpeggia per la città, fino a che, il 5 dicembre 1746,
un banale incidente da fuoco alle polveri: nel sestiere Portoria un
gruppo di ragazzi risponde a sassate alle prepotenze di un ufficiale austriaco (episodio del
“Balilla”).
Tra il 5 e il 10 dicembre si
verificano scontri, disordinati e spontanei, fra austriaci e
popolani, in un crescendo sempre più
drammatico che il 10 sfocia in una vera e propria insurrezione
generale. Chi sostiene inizialmente tatto il peso degli scontri e la "feccia più vile di Genova", come commenterà un anonimo
aristocratico qualche tempo dopo: " garzon di tavernari,
pattumai, ciabattini, fognai, facchini da carbone e da vino ", e
infine "pescivendoli ".
Alla fine gli austriaci sono
costretti ad abbandonare la città.
Il movimento insurrezionale
si e dato un’embrionale struttura politico-militare nel corso della lotta stessa: gli uomini che
hanno di fatto diretto le operazioni militari - Tommaso Assereto, Carlo Bava, Camillo
Fiorentini - danno vita a un "Quartier generale de’ capi
del popolo difensori della libertà ", la cui sede è fissata in via
Balbi. A partire da questo momento a Genova si instaura una sorta di
dualismo di potere, una direzione bicefala: il potere popolare, che
trova una prima espressione nel
quartier generale di via Balbi, e i serenissimi collegi - i
tradizionali organismi di potere
dell’oligarchia _ che hanno fatto da spettatori durante lo
svilupparsi del movimento popolare.
L’atteggiamento
dell’aristocrazia di fronte all’insurrezione non è unilineare.
A parte un’esigua minoranza di nobili che si integra nel movimento
- i << nobili popolari » la stragrande maggioranza
dell'oligarchia intende da una approfittare degli avvenimenti in
funzione anti-austriaca, dall’altra teme, per istinto di classe un
possibile sbocco eversivo della dinamica degli avvenimenti. Il <<
magnifico » Matteo Franzone riassume efficacemente la situazione: " siamo tra due flagelli " (austriaci e popolo).
In realtà, la rivoluzione
popolare, spontanea e disordinata nel suo sviluppo, non ha un preciso
programma politico ed
economico, ed è destinata a essere recuperata dall'aristocrazia.
Il 17 dicembre un’assemblea popolare si da un organismo direttivo:
l’assemblea del popolo, composta di trentasei membri (dodici
capipopolo, dodici rappresentanti delle Arti; dodici rappresentanti
"dell’ordine più civile", cioè della nobiltà e dell'alta
borghesia).
I primi provvedimenti
dell’assemblea del popolo sono diretti a cercare di incanalare il
movimento spontaneo, sforzandosi di mantenerlo entro gli orizzonti
della lotta anti-austriaca.
Il precario equilibrio
raggiunto ai vertici dei potere da luogo, tra la fine di dicembre e
i primi del gennaio 1747, a una serie di episodi drammatici in cui si
hanno gli ultimi sussulti della spontaneità popolare.
Progressivamente, i settori più moderati prendono il sopravvento
sull'ala più radicale, e alcuni dei capi popolari più prestigiosi
finiscono anche per essere incarcerati.
La svolta decisiva si
verifica il 14 gennaio. Al diffondersi in città di una notizia
(rivelatasi poi infondata) circa un attacco
austriaco, il popolo si riversa sotto il Palazzo (sede del governo oligarchico), reclamando le
armi. Il momento è drammatico. Le masse popolari disconoscono in
pratica l’assemblea del
popolo e si sono date nuovi capi. Solo l’intervento in funzione
moderatrice dell’ala più legata all’oligarchia riesce ad
disinnescare la minaccia. Il popolo ottiene alcune
concessioni (come la
liberazione di alcuni suoi esponenti arrestati in precedenza), ma
nessuna reale conquista di carattere
politico. E assisterà addirittura passivamente, più tardi,
all' esecuzione di tre dei principali
protagonisti della giornata del 14. Da questo momento in poi, il movimento popolare andrà sempre più
declinando, sia pure con qualche residua fiammata. Le manovre
dell’oligarchia (pienamente appoggiata dalla Francia), le
esitazioni della sua direzione e l’assenza di un qualsiasi
programma hanno progressivamente esaurito e svuotato la rivoluzione
genovese.
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